

83. Dialetti e analfabetismo: il problema dell'istruzione.

Da: T. De Mauro, Storia linguistica dell'Italia unita, Laterza,
Bari, 1963.

In questo brano il noto linguista italiano Tullio De Mauro fa il
punto sullo stato dell'istruzione scolastica nei primi anni
dell'Italia unita. Egli rileva innanzitutto la scarsissima
diffusione in tutte le regioni italiane, tranne che nella Toscana
e nel Lazio, dell'italiano scritto e parlato. Ma anche quel 20% di
popolazione classificato all'epoca come alfabetizzato  ben lungi
dall'essere un campione omogeneo di individui capaci di leggere e
di scrivere in italiano, dal momento che nelle statistiche
italiane vennero compresi in questo gruppo, fino al 1951, anche
coloro che sapevano appena fare la propria firma, cio i semi-
analfabeti. Attraverso lo spoglio di due relazioni, quella del
Matteucci del 1864 e quella del Corradini, stesa durante l'et
giolittiana, De Mauro puntualizza le differenti situazioni
scolastiche negli stati preunitari e i timidi progressi compiuti
in fatto di scolarizzazione nei primi decenni di vita del regno
italiano. L'apprendimento dell'italiano e lo studio in generale
rest comunque, a causa delle enormi difficolt esistenti
nell'applicazione della legge sull'obbligo scolastico, un
privilegio di classe, che distingueva i galantuomini e i
benestanti dal resto della popolazione.

Al momento dell'unificazione la popolazione italiana era per quasi
l'80% priva della possibilit di venire a contatto con l'uso
scritto dell'italiano, ossia, per l'assenza dell'uso orale,
dell'italiano senz'altra specificazione. Sarebbe tuttavia un
errore attribuire la possibilit di conoscere l'italiano al
restante venti per cento della popolazione: un'assunzione del
genere peccherebbe, nello stesso tempo, per eccesso e,
limitatamente a due zone, Roma e la Toscana, per difetto.
Coloro cui toccava nel 1861 la qualifica di non analfabeti erano
lontani in genere da un possesso reale della capacit di leggere e
scrivere: purtroppo solo a partire dal 1951 i censimenti italiani
hanno distinto, nella massa di coloro che hanno una qualche
dimestichezza con l'alfabeto, i semianalfabeti e gli alfabeti
a pieno titolo. Nel 1951, in una situazione culturale notevolmente
progredita rispetto agli anni dell'unificazione, i semianalfabeti
erano circa un quarto dei non analfabeti:  impossibile
determinare in modo positivo quanti fossero i semianalfabeti nel
1861. Tuttavia  forse possibile qualche congettura per
distinguere nella massa dei non analfabeti coloro che sapevano
soltanto compitare uno stampato e scrivere (o meglio disegnare)
la propria firma, senza quindi avere alcun reale contatto con la
lingua scritta, e coloro che invece sapevano correntemente leggere
e scrivere, e potevano quindi conoscere e possedere l'italiano: a
questa distinzione si pu giungere considerando la questione dal
punto di vista dell'efficienza delle istituzioni scolastiche.
L'inchiesta pi estesa e obiettiva sul funzionamento delle
istituzioni scolastiche elementari si ebbe in Italia alla fine del
decennio giolittiano, e fu l'inchiesta di Corradini [Camillo
Corradini, funzionario del ministero della pubblica istruzione]:
ancora a quel tempo, dopo mezzo secolo di politica volta (pur fra
varie remore) allo sviluppo quantitativo e qualitativo della
Scuola, insegnanti, dirigenti scolastici e uomini d'ogni parte
politica concordavano nel ritenere che la semplice istruzione
elementare fosse insufficiente a garantire un duraturo possesso
della condizione di non analfabeta. Dall'inchiesta risult inoltre
che a dir poco la met dei maestri era abituata a tenere lezione
in dialetto. Quale potesse essere la situazione negli anni
dell'unificazione, in scuole fino a quel momento spesso
apertamente osteggiate nel loro funzionamento dai governi
preunitari e in una situazione generale molto meno progredita,
risulta dalle testimonianze sparse relative alle scuole
preunitarie e dalle risposte all'inchiesta Matteucci [Carlo
Matteucci, fisico e uomo politico, fu ministro della pubblica
istruzione nel 1862] del 1864. Nel vecchio ducato parmense, ad
esempio, per accedere all'insegnamento delle scuole elementari era
sufficiente conoscere l'ortografia italiana, ed era quindi
inevitabile e normale che i maestri fossero non molto pratici
della lingua italiana. Nel regno delle Due Sicilie la legge
autorizzava esplicitamente ad affidare le classi, quando
occorresse, a maestre analfabete. Capomazza, ultimo presidente
dell'istruzione pubblica del Napoletano, scriveva nel 1855 a
proposito delle scuole elementari del regno borbonico (l dove in
qualche modo esistevano): Da per ogni dove [...] mancanza di
oggetti scolastici: non un libro, non un foglio di carta, non un
lapis, non un quaderno si d agli alunni che quasi tutti sono
sforniti di mezzi per provvedersene. [...] Non poche scuole, poi,
mancano fino degli scanni e delle tabelle per l'insegnamento del
leggere e dello scrivere. Al capo opposto della penisola, nella
regione in cui il governo era pi decisamente impegnato nel
gettare le basi d'una scuola efficiente, in Piemonte, negli stessi
anni, in una memoria a Carlo Alberto, si osservava: Quando accade
che Consigli interi [...] di comunit rurali si segnano con croce,
quando in molti paesi i ministri del Vangelo sono costretti a
bandire in un barbaro dialetto la parola di Dio, quando gli
artieri anche nelle citt e, quel che  pi, negozianti e perfino
proprietari non sanno, o sanno malissimo scrivere o durano fatica
non solo a svolgere ed ordinare le loro osservazioni e i loro
pensamenti, ma anche a tenere le loro note e i loro registri;
quando la massima parte delle femmine popolane sono analfabete;
quando vi ha difficolt a trovar copisti, e molto pi uomini
capaci della tenuta dei libri [contabili]; quando nelle stesse
professioni non molti sono quelli che espongono con chiarezza e
propriet le loro idee,  forza concludere purtroppo che
l'istruzione elementare, dove sta la cagione intima di questi
gravi e perniciosi difetti, si trova in condizione deplorabile.
Se queste e altrettali testimonianze sulle condizioni generali
della Scuola e dell'insegnamento nella Scuola preunitaria
costituiscono la fonte principale per formare congetture sull'uso
dell'italiano, o, per meglio dire, del dialetto, nell'insegnamento
scolastico elementare, per gli anni immediatamente successivi
all'unificazione l'inchiesta promossa da Carlo Matteucci nel 1864-
1865 e le risposte dei provveditori e ispettori provinciali danno
a questo proposito notizie esplicite e dirette. Nonostante il
deciso progresso realizzato pur nel breve giro di tre o quattro
anni dalla Scuola elementare postunitaria, e nonostante che le
anteriori catastrofiche condizioni e lo spirito campanilistico
inducessero gli ispettori che rispondevano all'inchiesta pi
all'ottimismo che al pessimismo, le deficienze delle istituzioni
scolastiche italiane appaiono con tutta evidenza. Anzi, le
valutazioni positive mettono ancora meglio in evidenza i difetti:
valga l'esempio dell'ispettore di Palermo che definiva
soddisfacente l'ottemperanza all'obbligo della frequenza
previsto dalla legge Casati, e aggiungeva poi che dei maschi
obbligati frequentavano (anzi usavano) la Scuola solo il 30% e
delle femmine solo il 18%. Temi costanti delle risposte da tutte
le regioni erano la impossibilit di esaurire il programma delle
prime due classi prima di tre o quattro anni, l'inefficienza
praticamente completa delle scuole fuori dei grandi centri (per il
sovraffollamento, l'incapacit del personale insegnante, la
discontinuit dei periodi di apertura della scuola e di frequenza
effettiva), la scarsa preparazione dei maestri che dipende
dall'isolamento in cui essi si trovano e in gran parte dal non
avere speranza di migliore avvenire.
Per quanto riguarda in particolare l'insegnamento e l'uso
dell'italiano, le difficolt di raggiungere i risultati desiderati
furono segnalate da tutte le regioni in termini molto simili.
Nella provincia di Palermo nelle scuole urbane si usa la lingua
italiana: ma in gran parte delle scuole rurali non si  ancora
potuta smettere l'usanza del dialetto. La lingua generalmente si
parla con le scorrezioni adottate e conservate nel dialetto; nel
Napoletano sono poco studiosi, in generale, i maestri e
s'appigliano facilmente ad altri impieghi per lucrare. Gli
insegnanti vecchi usano il dialetto; quei pochi che parlano in
scuola in italiano parlano assai scorretto. Meno pessimistiche
erano le risposte relative ad alcune province centrali o prossime
alla Toscana: a Porto Maurizio nelle scuole non si usa il
dialetto che coi bambini che entrano affatto nuovi nelle scuole,
[...] in questa provincia la lingua italiana si intende facilmente
da tutti, ch il dialetto non  molto diverso. [...] La difficolt
sta nello scriverla [...] senza errori di grammatica; ad Arezzo
finch il maestro elementare sar s miseramente retribuito,
l'istruzione primaria lascer sempre molto a desiderare;
tuttavia, si usa la lingua italiana nelle scuole e non il
dialetto, e la lingua si parla dagli insegnanti con pochissime
scorrezioni, giacch tutti i maestri sono toscani; a Bologna
nella lingua si  fatto lodevole progresso in contrasto con
quanto praticavasi in passato. [...] Si parla sempre la lingua
italiana. Nella provincia di Bologna, affine alla Toscana, evvi
molta facilit a rendersela familiare, perch il dialetto  un
impasto di parole storpiate bens, ma di buona lingua; nella bocca
dei fanciulli per non va esente da idiotismi e scorrezioni,
impossibili a togliersi nel breve tempo che si impiega nelle
scuole elementari. Nelle province settentrionali, anche in quelle
pi avanzate, il dialetto domina nella Scuola; in Piemonte i
maestri, generalmente parlando, insegnano la lingua in modo troppo
arido e teorico, [...] si contentano di dare regole e non pensano
che le parole italiane mancano ai fanciulli, che questi pensano
sempre in dialetto. [...] Quindi le composizioni riescono sempre
magre, stecchite e scorrette. Nelle scuole elementari dei
capoluoghi si usa la lingua italiana e si parla con mediocre
correttezza. E' naturale che i fanciulli settenni, i quali hanno
sempre parlato il linguaggio della mamma e del babbo, debbono
trovarsi in imbarazzo nel dover esprimere i propri pensieri in
italiano; ma a poco a poco si avvezzano e, pagando il tributo di
molti errori, giungono pi tardi a maneggiare la lingua con
discreta facilit. Nelle scuole dei piccoli comuni e delle borgate
l'uso del dialetto  ancora un po' comune; col pretesto che i
fanciulli non intendono l'italiano, i maestri parlano sempre il
piemontese e non si avvedono che continuando cos non avverr mai
che altri si avvezzi a comprendere se non a parlare la lingua
nazionale. Torna meglio che gli spropositi vengano gi in copia
anzich si perpetui l'uso di un dialetto che non si capisce a
quattro palmi fuori del Piemonte; nel Milanese quasi tutti i
docenti, massime nelle campagne, sono ancora muniti di patente
secondo il regolamento del cessato governo. Mancando quindi della
cognizione dei buoni e veri metodi, si attengono al sistema
individuale, chiamando al proprio banco quei pochi fanciulli che
promettono buona riuscita e trascurando tutti gli altri. Questa
circostanza, [...] nonch la mancanza di buoni e ben composti
locali delle scuole, costituiscono la vera causa della ritardata o
mancante istruzione elementare. Sopra 100 allievi nella campagna,
perci si pu affermare che 80 ne escono istruiti poco pi di
quando sono entrati. [...] In generale i maestri sono poco
studiosi e purtroppo attendono a dar lezioni private, obbligati
dalla povera condizione. [...] E l nelle campagne occorre spesso
trovare maestri i quali attendono ad altre occupazioni, fino a
mestieri, essendoci non solo maestri-organisti, maestri-segretari,
maestri-sagrestani, ma altres maestri sarti, fattori, bottegai,
contadini. Sgraziatamente, nelle scuole si usa il dialetto. La
lingua italiana i maestri non la conoscono o non vogliono
adoperarla difendendosi colla scusa che i loro alunni non li
intendono. La quale scusa quanto sia debole non  chi non veda. La
lettura e l'uso della lingua continui, insistenti, condurranno un
d gli italiani a parlare una lingua sola, vero vincolo di
fratellanza, vero strumento di civilt e di forza.
Non v' dubbio, dunque, circa la necessit di concludere che in
genere la sola istruzione elementare, se a stento riusciva a
sottrarre gli allievi all'analfabetismo, non riusciva a garantire
un contatto duraturo con la lingua nazionale: nei primi anni dopo
l'Unit, e in misura ancora maggiore negli anni e decenni
anteriori, un reale contatto con la lingua comune e la sua
effettiva e definitiva acquisizione erano riservati (o, almeno, lo
potevano essere) soltanto a coloro che, dopo le scuole elementari,
continuavano per qualche anno gli studi.
Nel 1862-1863 l'istruzione postelementare veniva impartita all'8,9
per mille della popolazione in et fra gli 11 e i 18 anni. Si
potrebbe dunque concludere che attraverso la Scuola la conoscenza
dell'italiano era garantita a questa percentuale della popolazione
e, quindi, che gli italofoni (o, a dir meglio, italografi)
erano poco meno dell'uno per cento. Per quanto sia gi infima,
tale percentuale  eccessiva rispetto all'effettiva realt: si
erra infatti per eccesso proiettando la percentuale dell'8,9 per
mille sull'intera popolazione italiana anche adulta, poich gli
adulti del 1860-1870 che nei decenni anteriori avevano frequentato
la Scuola postelementare erano in percentuale certo di gran lunga
inferiore. Inoltre, la percentuale dell'8,9 per mille riguarda gli
iscritti nel loro complesso, e non gli effettivamente
frequentanti, in numero certo minore, e prescinde infine da ogni
considerazione relativa al reale profitto scolastico e
all'effettivo apprendimento della lingua. Adottando tuttavia
criteri di grande larghezza, si pu concludere che negli anni
dell'unificazione coloro che fuori di Roma e della Toscana erano
giunti ad apprendere l'italiano erano circa l'8 per mille della
popolazione, ossia circa 160.000 persone disperse, per cos dire,
in una massa di 20 milioni di individui.
Altro era il caso di Firenze (con le restanti citt toscane) e di
Roma: per le ragioni storiche gi ricordate, in Toscana e a Roma i
dialetti locali erano particolarmente vicini nella struttura
fonologica, morfologica e lessicale alla lingua comune; inoltre,
nello squallore scolastico dello Stato pontificio, Roma era
un'isola in cui le istituzioni scolastiche popolari erano pi che
altrove in Italia efficienti e diffuse. Perci si pu concludere
che, intorno agli anni dell'Unit, gi la semplice qualit di non
analfabeta consentisse a Roma e in Toscana un reale possesso della
lingua comune: ai 160.000 italofoni di altre regioni vanno dunque
aggiunti circa 400.000 toscani e 70.000 romani.
In conclusione, negli anni dell'unificazione nazionale, gli
italofoni, lungi dal rappresentare la totalit dei cittadini
italiani, erano poco pi di seicentomila su una popolazione che
aveva superato i 25 milioni di individui: a malapena, dunque, il
2,5% della popolazione, cio una percentuale di poco superiore a
quella di coloro che allora e poi nelle statistiche ufficiali
venivano designati come alloglotti [cio coloro che parlano una
lingua diversa da quella dello stato di appartenenza].
Il paragone fra coloro che parlavano italiano nel 1861 e gli
alloglotti non ha giustificazione soltanto nella casuale vicinanza
di percentuali, o nel fatto che esso affior alla mente di qualche
scrittore di quei decenni, come De Amicis [con] L'Idioma gentile
[del 1905, opera pubblicata per stimolare lo studio della lingua
italiana]. Se nel 1861 al toscano Bandi pareva africanissimo il
dialetto siciliano, qualche anno prima i fratelli Visconti
Venosta, durante un loro viaggio nel regno borbonico, quando
parlavano italiano venivano scambiati per inglesi; e se, come si 
visto, i maestri del Piemonte e della Lombardia non riuscivano a
comunicare con i loro alunni parlando italiano, ancora venti o
trent'anni pi tardi gli emigranti italiani, negli Stati Uniti
d'America, giungendo da diverse regioni della penisola e costretti
a venire a contatto reciproco, per superare la barriera delle
diversit dialettali, preferivano ricorrere a un rozzo gergo
anglicizzante, che a malapena cominciavano a conoscere, piuttosto
che a quella lingua la quale, sulla carta delle statistiche e dei
manuali di linguistica, era la loro lingua nazionale. Certamente
lo sforzo di politici e letterati, durante tutto il Risorgimento,
aveva fatto s che l'italiano non fosse pi, come ai tempi di
Carlo Gozzi [scrittore veneziano del Settecento, fautore della
tradizione], una lingua morta. Ma  certo altres che la sua
acquisizione era possibile non gi vivendo i normali rapporti
quotidiani della vita associata privata e pubblica, ma soltanto
grazie a uno studio scolastico prolungato; il suo uso non era
normale, ma eccezionale, non spontaneo, ma voluto e, rispetto alla
naturalezza dell'uso dei dialetti, artificioso. E poich uno
studio siffatto era, nelle condizioni economiche dell'Italia di
quegli anni, privilegio d'una minoranza, la capacit di usare
l'italiano assurgeva a contrassegno di classe: un erudito di quel
tempo, il Rodin [Luigi Rodin, pubblic nel 1866 un Repertorio
per la lingua italiana compilato sopra le opere dei migliori
filologi], dopo aver identificato col dialetto la lingua parlata,
aggiungeva: di questa non parlo io gi, s bene di quella la
quale  comune in tutte le provincie d'Italia e [...] ugualmente
usata da tutti nello scrivere, e dagli uomini civili anche nel
favellare. Non v' dubbio che gli uomini civili cui allude, con
qualche ottimismo, il Rodin siano i galantuomini, i cappelli,
i benestanti che solevano riunirsi allora, e in seguito ancora per
molti decenni, nei circoli detti appunto dei civili. La
situazione linguistica dell'Italia appena unificata era, insomma,
uno degli aspetti in cui si palesavano le profonde fratture che
nel corso storico si erano create non solo tra regione e regione
ma anche tra l'una e l'altra classe sociale.
